I giochi di una volta

Anche se un tempo non c’erano veri e propri giocattoli per bambini, tutte le generazioni di piccoli carronesi hanno sempre giocato aggiustandosi con le poche cose che avevano a disposizione.

Se un bambino aveva ad esempio un carretto, era perché in famiglia c’era un falegname che lo aveva costruito o perchè se lo era costruito da solo.

E così anch’io mi costruivo i giocattoli con le cassette della verdura che qualche volta mi lasciava “Giuan dla Ghita” il verduriere di Candia. Lavorando per diversi giorni riuscivo a costruire anche un camion. Per fare le ruote utilizzavo le “ligne”, (pezzi di legno che potevano avere un diametro anche di 12-14 centimetri e una lunghezza di circa 2 metri): ne cercavo una che fosse il più possibile rotonda, poi facevo delle “fette” spess

 

e circa due centimetri che poi bucavo al centro per poterle montare sull’assale; anche l’assale veniva fatto a mano con un pezzo di legno di circa 3 centimetri di diametro arrotondato con un temperino alle due estremità per farle passare nel buco delle ruote.

A Natale non c’era ancora la moda di regalare giocattoli anche perché non c’erano i soldi per farlo e si usava regalare ai bambini il “bambin ad sucar”. Il “bambin ad sucar” era un dolce con la forma di un bimbo che dorme fatto di zucchero e poi colorato; prima della guerra probabilmente veniva fatto in casa, dopo si comprava a Carrone nei due negozi allora esistenti (commestibile con panetteria e commestibile con rivendita tabacchi).

Il “bambin ad sucar”

Se poi qualche fortunato riceveva in regalo qualcosa si cercava di farselo amico per poter giocare con lui. Ma i giochi più in voga erano quelli che si facevano in gruppo (le versioni locali di nascondino e “rialzo” o giochi di abilità come saltare un fosso o scivolare sulla neve).

Dai racconti dei più anziani, sappiamo che le generazioni di bambini nati nei primi decenni del 1900 facevano un gioco che si chiamava “la crra” sul sagrato della chiesa, quando c’era solo la croce al posto del monumento ai caduti; di questo gioco però non sappiamo nè le regole, nè con cosa si giocasse.

Un altro gioco collettivo che facevano invece i bambini dopo la guerra, sempre intorno alla chiesa, prima e dopo le funzioni, era “pusa cäsa”.

Di questo gioco c’erano tre varianti “pusa cäsa a ciapase”, ”pusa cäsa an aria” o “pusa cäsa a vetse”. Si faceva la conta per stabilire chi doveva cercare gli altri e questo era detto “süta”; poi si stabiliva il tipo di variante e il gioco cominciava.

Se si giocava a “pusa cäsa a ciapase”, quello che era “süta” rincorreva gli altri per la piazza e il primo che veniva toccato andava lui “süta” e si scambiavano i ruoli.

Se la variante era la invece, ”pusa cäsa an aria” oltre a stabilire chi stava “süta” si stabilivano dei posti che erano franchi, nel senso che se uno veniva toccato in quei luoghi non toccava a lui stare “süta”.

Questi posti erano “in aria” ossia in alto (tipo i pilastrini intorno al monumento, i gradini della sacrestia, una grande pietra che si trovava vicino all’entrata del negozio del panettiere, due paracarri in pietra ai lati del portone di Baro). E nascevano spesso grandi discussioni: , e molte volte si finiva a botte.

Se la variante era la terza, “pusa cäsa a vetse”, si procedeva come nelle altre per individuare chi doveva cercare gli altri, ma in questo caso valeva il solo contatto visivo. I bambini si andavano a nascondere intorno alla chiesa e nel cortile dietro e chi veniva visto per primo, da chi era “süta”, cambiava il ruolo con il cercatore il quale gridava forte il nome di chi aveva visto.

Un altro gioco che si faceva in quegli anni era quello di andare a saltare la “rusa” (la roggia di Carrone). Si partiva dal ponte e si seguiva il ruscello verso il mulino saltando il piccolo corso d’’acqua da una parte all’altra in determinati posti che noi ragazzi conoscevamo. C’erano salti più facili e salti più difficili. Ogni tanto qualcuno sbagliava e finiva in acqua allora se ne tornava a casa a cambiarsi. Questo gioco si è perso intorno alla prima metà degli anni cinquanta.

Quando c’era la neve si andava a dare la “squia”,cioè si andava a scivolare con la slitta fatta in casa. Le “piste” usate per queste scivolate hanno cambiato sede nell’arco degli anni, ma si trattava sempre di piccoli sentieri tra le case, un po’ in discesa.

Prima della guerra non c’erano ancora le slitte e si scivolava con i “bisui” (calzature di legno molto comuni e molto calde in inverno); si andava alla sera con i secchi a buttare l’acqua per avere la stradina in discesa ben ghiacciata al mattino e poter scivolare. Le donne che abitavano da quelle parti erano sempre arrabbiate con i ragazzi perché quando andavano a Messa al mattino presto scivolavano e cadevano, allora buttavano la cenere sul ghiaccio e i ragazzi poi andavano con la scopa a ripulire “la pista” per poter di nuovo scivolare. Poi negli anni successivi si scendeva con la “lesa”, una slitta fatta in casa con i pattini di legno di gaggia tirati lucidi con un pezzo di vetro sullo spigolo.

Una delle ultime “piste” per scivolare è stata fatta nella discesa che portava al vecchio lavatoio; per non andare a finire nell’acqua con la slitta si mettevamo due grosse pertiche appoggiate ai pilastri del lavatoio, cosi quando si arrivava con la slitta si appoggiavano i piedi e ci si fermava; ma qualche volta la slitta se ne andava nella “rusa”, cosa che è capitata anche a me, che dopo essere passato in mezzo alle pertiche, sono finito in acqua proprio nel buco del ghiaccio che era stato fatto per permettere alle donne di lavare i panni.

La discesa del “Gian” (a sinistra) e la discesa del vecchio lavatoio (a destra) doveuna volta si scivolava con la slitta

Negli anni subito dopo la guerra veniva fatto un gioco molto pericoloso: in quel periodo si trovavano pallottole di moschetto e di mitraglia un po’ dappertutto e i ragazzi più grandi le raccoglievano e poi andavano a farle scoppiare fuori dal paese, mentre i più piccoli, come me, andavamo solo a vedere e sentire i colpi da lontano.

Quando frequentavo le scuole elementari si è cominciato a giocare a biglie, prima quelle di terracotta colorate e poi con quelle di vetro Si faceva un piccolo buco per terra nella strada vicino al pilone che c’è tra via Garibaldi e via Costanza e si facevano grandi partite e grandi bisticciate perché nessuno voleva mai perdere.

Quando è venuto a insegnare a Carrone il maestro Giuseppe Quattrocolo, a scuola si è cominciato a fare salto in alto e salto in lungo, oltre che a giocare a calcio nel campetto di fronte alle scuole. Tutte queste attività proseguivano poi dopo l’orario scolastico e i ragazzi avevamo costruito i ritti per il salto in alto e scavato e riempito di sabbia la fossa sia per il salto in alto che per il salto in lungo.

Questi che ho raccontato sono i giochi dei ragazzi, mentre mi ricordo che le ragazze facevano giochi di altro tipo, come ad esempio il gioco della settimana.

Claudio Actis Alesina